Riforma delle professioni: il caso dei dottori commercialisti

 

La bozza di disegno di legge delega sulla riforma delle professioni, predisposta dal Ministro di Grazia e Giustizia, si inserisce in un contesto normativo che negli ultimi anni ha portato ad un declassamento progressivo dell’attività svolta dai dottori commercialisti.

Si è assistito alla trasformazione dell’attività degli studi professionali da attività prettamente di consulenza  ed assistenza contabile ad una di mera sostituzione circa gli adempimenti amministrativi svolti in precedenza dai dipendenti della Pubblica Amministrazione, sia questa l’Agenzia delle Entrate, la Camera di Commercio, l’Inps o l’Inail. Basti pensare a tutte le pratiche telematiche ed alle relative correzioni che oggi vengono richieste obbligatoriamente da tali uffici; pratiche che altro non hanno se non la funzione di alleggerire il lavoro della P.A. e sobbarcare quello degli studi professionali che invece dovrebbero puntare alla crescita economica e culturale dei propri clienti.

Tutto ciò senza il minimo riconoscimento economico a favore degli studi, riconoscimento che fin dalla nascita è stato invece offerto ai Caf delle associazioni. Utopico pensare che il tempo investito dagli studi in pratiche che prima venivano amministrativamente risolte dagli uffici possa essere ricompensato dal cliente, il quale giustamente non percepisce il servizio come svolto a suo favore.

 

Vi è di più se si pensa che la riforma si affianca al decreto legislativo 139/2005 istitutivo dell’Albo Unico tra dottori commercialisti e ragionieri periti commerciali. L’Albo Unico doveva, secondo il referendum che ogni Ordine locale dei dottori commercialisti aveva proposto e votato, prevedere l’esistenza di sezioni distinte che avrebbero mantenuto separati i dottori commercialisti, i ragionieri periti commerciali, ed i neolaureati triennali. Gli interessi politici ed istituzionali di chi ha rappresentato dottori commercialisti e ragionieri fino ad oggi ha trasformato l’Albo Unico in un vero e proprio calderone senza distinzione e rispetto dei diversi percorsi formativi seguiti dalle categorie. Ad oggi infatti le sezioni previste sarebbero soltanto due: in una verranno iscritti dottori commercialisti e ragionieri e nell’altra i laureati con laurea breve triennale.

Ricordo che i dottori commercialisti hanno ottenuto quanto meno una laurea specialistica ed affrontato un esame di stato, mentre i ragionieri periti commerciali, che pur svolgono le stesse attività da sempre, hanno ottenuto un diploma e non hanno affrontato l’esame di stato. Non che Vi sia un accanimento nei confronti dei colleghi ragionieri, ma l’orgoglio ed il rispetto per un percorso formativo diverso dovrebbero suggerire un ripensamento del governo e del parlamento circa l’opportunità di dar seguito ad un decreto legislativo in palese contrasto con la stessa Costituzione. Il vero scopo dell’Albo Unico è ormai esclusivamente quello di unificare le due casse di previdenza poichè quella dei ragionieri  non ha nuovi ingressi da quando sono state introdotte le lauree brevi.

 

Aggiungo che il legislatore ha ormai invalso una pratica che ripetutamente calpesta lo Statuto del contribuente introducendo norme fiscali retroattive grazie alla decretazione d’urgenza (vedi decreto Bersani/Visco e decreto legge di accompagnamento alla finanziaria). Al consulente si chiede di tutelare la fede pubblica mentre lo Stato non riconosce alcuna prerogativa.

Le attività che vengono svolte dagli studi professionali possono essere svolte anche dalle associazioni di categoria e da Loro dipendenti che possono non aver seguito alcun percorso formativo analogo e i quali non hanno alcun obbligo di rispettare norme deontologiche e programmi di formazione professionale continua. A differenza di altri professionisti quali gli Avvocati,i Notai o i Medici i dottori commercialisti, da sempre, non hanno tutela a riguardo: un semplice esempio è quello di chi esercita abusivamente l’attività dell’odontoiatra che incorre in reato penale, a fronte di chi, invece, chiedendo una partita iva che abbia ad oggetto la tenuta delle scritture contabili o l’assistenza tributaria risulta in piena regola e non incorre in alcuna sanzione, nemmeno amministrativa.

La riforma delle professioni vuole oggi introdurre un sistema duale che preveda il riconoscimento dello Stato alle associazioni di para professionisti e/o di chiunque deciderà di costituire un associazione che dunque a tutti gli effetti verranno equiparate agli Ordini professionali. Anche ed ancora di più in questo caso si consegna una patente pari a quella di chi ha ottenuto, con fatica, una laurea e superato un esame di stato a chi potrebbe essere semplicemente diplomato, magari in materie completamente diverse da quelle che caratterizzano la professione del dottore commercialista.

Se c’è una cosa certa questa è che la tutela del contribuente, che tanto viene sbandierata dal legislatore quale paladino della riforma, viene invece calpestata in quanto lo stesso non avrà più nemmeno la consapevolezza e la percezione della preparazione del consulente che lo segue.

 

dott. Gabriele Turelli